Mjoðr: il sacro idromele

Nella nostra Tradizione l’idromele è conosciuto come Mjoðr ed è la bevanda sacra per eccellenza che dona conoscenza e ispirazione. E’ composto da acqua e miele, rappresenta il fuoco ed ha in sé le stesse forze delle origini, generatrici di vita. Si ottiene attraverso la fermentazione, processo in cui si esplica un azione delle forze vive della natura, dove è concentrata la potenza divina fruttificante e trasformatrice che potremmo considerare molto simile alla trasmutazione alchemica, in pratica la conversione della parte zuccherina in alcool. Abbiamo detto che il miele rappresenta il fuoco, ma chi produce il miele? Le api naturalmente. Esse sono in grado di produrre da sé il proprio nutrimento, trasformando il polline in miele e nel contempo impollinando altre piante.
Esse svolgono una funzione di sublimazione e purificazione e le troviamo in connessione con l’Yggdrasil, il grande Frassino Cosmico. Si pensa che l’idromele sia la bevanda alcolica più antica. Anche se oggi, diversamente dai tempi antichi si usano lieviti per produrlo, il miele con l’acqua fermenterebbe da solo, con un processo naturale che può arrivare sino a 18/20 mesi. Il Mjoðr è paragonabile con le sue peculiarità al Soma indiano e l’Ambrosia greca giusto per citarne un paio, sottolineando così la funzione di una bevanda divina che troviamo anche in altre tradizioni antiche.
Vediamo ora, sinteticamente, come nasce il Mjoðr nel Mito Nordico.
Al termine della guerra tra le due tribù divine Æsir e Vanir, venne stabilita una tregua e per suggellarla entrambe le parti sputarono in una coppa, dalla quale nacque un Essere estremamente saggio di nome Kvasir. Successivamente due nani invitarono Kvasir a banchetto e lo uccisero mischiando il suo sangue al miele. Quando gli Déi cercarono Kvasir, i nani dissero che egli era morto soffocato nella sua stessa sapienza. Successivamente poi ad una diatriba con il gigante Suttungr, per aver salva la vita i due nani “donarono” al gigante il sangue di Kvasir mescolato con il miele. Odino venuto a sapere di questo liquido di conoscenza si recò a Jotunheimr, Pese dei Giganti, e grazie ad un trucco si liberò dei nove contadini che lavoravano per il fratello di Suttungr compiendo da solo il loro lavoro.

Immagine acquisita dal web

Al termine chiese come ricompensa un sorso del liquido di conoscenza ma gli venne rifiutato. Scoperto il nascondiglio dell’idromele, con il suo trapano Rati forò la roccia della montagna Hnitbjorg (“montagna del catenaccio”) e trasformatosi in serpente attraversò il foro ed entrò nella grotta dove la gigantessa Gunnlodr, figlia di Suttungr, custodiva l’idromele in tre recipienti. Sedotta la gigantessa, Odino giacque con lei per tre notti e riuscì così ad ottenere tre sorsi del prezioso liquido svuotandone i recipienti. Si trasformò poi in aquila e volò verso la dimora degli Dèi inseguito da Suttungr anch’egli tramutatosi in aquila. Giunto a destinazione sputò il liquido in una grande coppa ma qualche goccia cadde sulla Terra. Le gocce cadute furono pertanto a disposizione degli uomini. Questa parte di Mjoðr caduta, venne chiamata “la parte dei poetastri”.
Fin qui il mito della nascita del Mjoðr e della sua acquisizione da parte degli Dèi.

Accenni alla sacralità dell’idromele è possibile rintracciarli in altre parti del Mito e in talune Saghe :
Nella stanza 13 del Sigdrífumál leggiamo:
Rune della mente dovrai conoscere se vuoi di ogni uomo essere più acuto.
Le interpretò le incise Hroptr le escogitò, da quella linfa che cadde in gocce
dal teschio di Heiddraupnir e dal corno di Hoddrofnir.

Nello stesso poema alla stanza 18 leggiamo ancora:
Son stati raschiati via tutti i caratteri incisi un tempo e mescolati al nettare sacro e inviati per vasti cammini. Sono tra gli Asi sono tra gli Elfi fra i saggi Vani alcuni,  altri li hanno gli esseri umani.
In queste due stanze troviamo allusioni all’idromele ed un suo collegamento con le sacre Rune, mescolate al “sacro nettare” e inviate per i Mondi.

Furono escogitate dalla linfa che cade in gocce dal teschio e dal corno di colui che possiamo credere sia Mimir e Mimir stesso bene ogni mattina un sorso del sacro idromele su pegno di Odino, il quale sacrificò sacrificò un occhio per poter bere anch’egli il nettare della Conoscenza.

Nel Rúnatal, sezione dell’ Hávamál, dove si parla del sacrificio di Odino sull’Albero del Mondo, troviamo un sacrificio simile.

Tratto dall’Ynglinga saga :
“Fjolnir, figlio di Yngvi-Freyr, governò allora sugli Svìar e sul patrimonio[della corona] di Uppsalir. Egli era potente, fecondo e benedetto dalla pace. Frìdh-Fròdhi viveva allora a Hleidhr. Fra loro vi era amicizia e [si facevano] feste. Una volta Fjolnir andò da Fròdhi, in Selund, [dove] si era allestito un grande banchetto e si era invitata [gente] da ogni luogo. Fròdhi aveva una grande dimora dov’era stata costruita una grande tinozza alta molte àlnir, rinforzata con molti ceppi di legno. Era [stata] sistemata in una stanza [del piano] inferiore sopra la quale c’era una altra camera, con un apertura tra le assi del pavimento in modo da poter versare il liquido dall’alto e mescolarvi [l’idromele]. Il recipiente era stato riempito di idromele fino all’orlo. La bevanda era assai forte. A sera Fjolnir fu accompagnato nella stanza vicina e con lui il suo seguito. Nella notte egli uscì sul balcone a cercarsi un posto; egli era confuso per il sonno e ubriaco fradicio. Quando si voltò per tornare all’alloggiamento, avanzò lungo il balcone, [andò] poi verso la porta dell’altra stanza e vi entrò. Mise il piede in fallo, cadde nella tinozza dell’idromele e vi morì [annegato]. Così dice Thjòdhòlfr di Hvinir :
Fu compiuto, là dove Fròdhi abitava, il messaggio di morte, che giunse a Fjolnir; e l’onda senza vento delle lance del bue uccidere il sovrano doveva.”
La morte rituale, in questo caso, avviene attraverso l’idromele e si manifesta inizialmente come sonno, cioè assopimento delle energie vegetative e feconde che devono essere reintegrate dal tuffo rigeneratore. Possiamo collegare il nome Fjolnir al nordico antico fela, che significa “nascondere”, interpretandolo come “colui che è nascosto dall’idromele”, poiché, essendo un immagine del Dio della Fecondità, viene nascosto nelle viscere della terra. L’eccesso di calore provocatogli dalla grande bevuta deve essere placato come il calore estivo sarà placato dalle piogge invernali, quindi egli è una divinità ctonia (appartenente alle profondità terrestri). In parole povere Fjolnir “sacrificandosi” nell’idromele è diventato “divino” (il Dio nascosto nell’idromele) e sancisce in questo modo, ancora una volta, i ritmi della fertilità.

Immagine acquisita dal web

Nell’Edda l’idromele è la bevanda offerta agli eroi che hanno conquistato la Valholl e viene detto che la bevanda distilla dalle poppe della capra Heidrun in un flusso inesauribile e versato nelle loro coppe. Il nome Heidrun è composto da Heidr , termine che spesso si trova riferito alle offerte rituali di idromele, che sta a significare “chiaro”, “brillante” nel senso di onore e nobile, e la parola Rùn cioè runa. Heidrun è quindi la “chiara runa” o la “nobile runa”.

Abbiamo visto solo alcuni esempi relativi all’importanza del Mjoðr per gli antichi popoli nordici. Da queste nozioni deduciamo che esso è collegato al sacrificio, al rito e alle Rune. È ancora oggi parte integrante della Spiritualità e della Tradizione, è tutt’ora presente nelle celebrazioni, nelle offerte e nei riti. Ricordiamo quindi che quando produciamo o beviamo idromele non abbiamo a che fare con una semplice bevanda alcolica ma siamo a contatto con parte della nostra storia e Tradizione, ha quindi una sua Sacralità che va tutt’ora rispettata.

Thomas Rapeto




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