03 dicembre, 2022

Rísta blóðörn: l’Aquila di Sangue

Rísta blóðörn: l’Aquila di Sangue

In alcune saghe vichinghe si cita una pratica rituale cruenta per mettere a morte alcuni nemici: il Rísta blóðörn, la cosiddetta “Aquila di sangue”. Alcuni studiosi avanzano delle perplessità sul fatto che tale pratica sia mai realmente esistita ma che sia forse più il risultato di una fantasia descrittiva o di grossolani errori nella traduzione dei testi norreni.

Per contro però bisogna dire che esiste un’esposizione dell’Aquila di sangue rinvenuta in testi diversi tra loro, dove si menziona essa sia stata fatta ai danni di personaggi come a Re Aelle II di Northumbria, ad Halfdán figlio del Re di Norvegia Haraldr Bellachioma, a Re Edmondo e a Re Maelgualai di Munster. Essendo questi racconti fatti da autori differenti, si potrebbe ipotizzare che la tortura rituale fosse stata realmente un metodo applicato per uccidere dei nemici che si riteneva meritassero ben più di una classica esecuzione. La stessa autorevole professoressa di filologia germanica G.C. Isnardi nel suo libro “I Miti Nordici”, a pagina 549 menziona l’Aquila di sangue come “pratica crudele per mettere a morte i nemici” (Ork 8; Reg 26; NGþ 6; Saxo IX, v 5) e, considerata la serietà dell’autrice stessa, non ci sono elementi che possano far pensare che il Rísta blóðörn sia stata effettivamente un’invenzione letteraria.

Immagine acquisita dal web

La pratica rituale dell’Aquila di sangue consisteva nell’incidere la carne della schiena vicino e lungo tutta la colonna vertebrale, presumibilmente con un coltello, e separare le costole della vittima dalla spina dorsale con un’ascia. Successivamente tutte le coste venivano aperte a ventaglio e venivano estratti i polmoni della vittima per posarli poi sulle sue spalle, in modo tale da far assomigliare il tutto ad un paio di ali insanguinate.

Le saghe vichinghe definiscono l’Aquila di sangue come uno dei metodi di tortura più dolorosi e terrificanti mai creati.

“Il conte Einar andò da Halfdán e gli scolpì un’aquila di sangue nella schiena in questo modo, che gli inchiodò una spada nel tronco per la spina dorsale e gli tagliò tutte le costole, dalla spina dorsale ai lombi, e tirò fuori i polmoni….”, come se la persona avesse un paio di ali distese sulla schiena.

Uno dei primi resoconti sull’uso del Rísta blóðörn si ritiene sia avvenuto intorno all’865 d.C. quando Aelle, Re della Northumbria, ne fu vittima a seguito della vendetta dei figli di Ragnar Lothbrok. Aelle infatti aveva ucciso il capo vichingo gettandolo in un pozzo di serpenti vivi scatenando così le ire furenti dei figli di Ragnar.

Considerato il reportage vario si potrebbe ipotizzare che l’Aquila di sangue (intesa come un sacrificio a Odino) venne eseguita in Inghilterra, Irlanda e Francia e che i motivi principali per la sua attuazione fossero principalmente due: vendetta e punizione per gli individui senza onore. Secondo la Saga di Orkneyingai, Halfdán Haleg fu sconfitto in battaglia per mano del conte Einar, che torturò successivamente Halfdán con un’Aquila di sangue.

Lo stesso storico Saxo Grammaticus trasmette il rituale come un mero mezzo per scolpire un’aquila sulla schiena della vittima e altri dettagli sono stati aggiunti in seguito e “combinati in sequenze inventive progettate per il massimo orrore”.

È inoltre doveroso segnalare come alcune espressioni riguardo l’esecuzione dell’Aquila di sangue siano errate. Termini come “tagliare” o “ scolpire l’aquila di sangue” non sono fedeli alla traduzione letterale. Il verbo rísta in norreno ha il significato di “incidere”, non tagliare, né scolpire. Mentre è corretta la restante traduzione: blóð viene tradotto con “sangue” e örn  con “aquila”, pertanto Rísta blóðörn viene tradotto letteralmente con “Incidere aquila di sangue”.

L’elemento poi che richiama la simbologia dell’aquila è probabilmente dovuto al fatto che non solo la conformazione finale della figura umana che subiva tale pratica assomigliava per l’appunto ad un’aquila, ma che tale rapace era ritenuto (a buon ragione) l’eccelso tra gli uccelli, “emblema della luce divina e della suprema sublimazione” (G.C.Isnardi). Pertanto incidere un simbolo così potente ed elevato, ma mediante tortura e intriso di sangue, era probabilmente sia un omaggio a Odino, figura a cui l’aquila stessa è legata, sia invertire la frequenza benevola del rapace per eccellenza, relegando così chi subiva tale tortura ad un destino ben peggiore della morte fisica stessa. Infatti essa era riservata a chi si era macchiato di un crimine efferato solvibile solo con una vendetta altrettanto sanguinaria, o, forse ancora peggio, a colui il quale veniva riconosciuto il fatto di aver compiuto azioni prive di onore, e pertanto punito davanti agli Dèi con una pratica rituale altamente spietata.

                                                                                                    Úlfgaldr Valtýsson




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