Riflessione sulla libertà

Riflessione sul concetto di libertà dal punto di vista etimologico:
Nelle lingue indoeuropee la parola “libertà” è etimologicamente legata al concetto di crescita e di appartenenza a un gruppo.
La radice proto-indoeuropea “leuth”, che esprime il concetto di “popolo” e “crescita”, ha dato origine al latino “liber” e al greco “eleútheros”, ma anche a “lieben” e “love” (“amore” in tedesco e in inglese). Dalla stessa radice che ha originato la parola “libertà” in inglese e in tedesco, rispettivamente “freedom” e “Freiheit”, derivano i termini che significano “amico” nelle suddette lingue (“friend” e “Freund”). Inoltre Haudry, nel suo studio sugli Indoeuropei, evidenzia che in ittita il termine per “uomo libero” e quello per “compagno, amico” derivano dallo stesso radicale: “colui che appartiene al gruppo”.
Essere liberi significa dunque sentirsi parte di una comunità, amare ed essere amati, avere dei compagni coi quali crescere e condividere.
Sotto questa luce, la libertà esprime il bisogno fondamentale dell’essere umano di sentirsi riconosciuto e apprezzato da una comunità in cui ogni persona ha un ruolo ben preciso, che viene valorizzato come risorsa della comunità stessa.
Nella Tradizione Nordica la corrispondenza tra la pienezza della realizzazione e l’appartenenza ad un gruppo trova espressione anche nella runa Wunjaz, che rappresenta la forte unione tra coloro che si identificano in un “comune modo di pensare, di essere e di vivere” (“Rune: la Conoscenza Arcana”, p.98)
Ma ogni membro di una comunità ha anche degli obblighi nei confronti del gruppo di appartenenza e nei confronti della propria stirpe. L’importanza di questo aspetto è tale che, come Haudry fa notare, l’adempimento di questi doveri determina il valore dell’individuo stesso.
La libertà richiede dunque disciplina, misura, autocontrollo e consapevolezza di sé e del proprio ruolo. Essa non è un diritto ma piuttosto un dovere nei confronti di se stessi, dei propri antenati e della comunità di appartenenza.
Il concetto di libertà così espresso non ha nulla a che vedere con l’individualismo ma è visto in un’ottica comunitaria. L’individuo si realizza pienamente solo nel rapporto con la comunità, della quale incarna i valori e rispetta le regole. Questa in cambio soddisfa i suoi bisogni fondamentali e prospera grazie al contributo di ognuno.
Nell’epoca in cui viviamo la maggior parte della gente si illude di aspirare alla libertà, o addirittura di averla già raggiunta, quando in realtà teme questa condizione, perché sa che essa comporta dei doveri e implica una grossa responsabilità.
Diciamoci la verità: essere liberi è faticoso; essere manovrati è molto più facile, basta spegnere il cervello e lasciarsi guidare e, di tanto in tanto, incolpare qualcuno dei propri fallimenti. L’opzione più allettante pare sia quella di rimanere dei burattini illudendosi di esercitare il libero arbitrio; questa condizione permette di salvare la reputazione ed è la meno faticosa in assoluto, specialmente in un’epoca di degrado come la nostra, in cui la creazione di relazioni sociali genuine e quel senso di appartenenza ad una comunità vengono a mancare, e i social media alimentano l’illusione di essere tutti connessi, accentuando la separazione.
Quando i bisogni fondamentali dell’uomo sono sostituiti da bisogni indotti, nasce una società malata, appagata solo superficialmente da soddisfazioni transitorie che non fanno altro che aumentare la frustrazione e l’insoddisfazione di fondo.
Ma vale veramente la pena di lasciare la propria esistenza nelle mani di qualcun altro per risparmiarsi la fatica di mettere in discussione se stessi e la società in cui si vive?
Ha senso rinunciare alla propria libertà in cambio di una vita più facile ma lontana dalla propria essenza?
Non sarà mica il caso di smettere di delegare, di lamentarsi e di vivere come vittime di un sistema che noi stessi alimentiamo?
                                                                                         Articolo di Ilaria T.



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