01 dicembre, 2020

Memorie di Harvest

Quando si partecipa ad un rituale c’è sempre qualcosa che resta come “appiccicato” addosso, dentro l’anima. Si insinua nel profondo, ha il sentore di una sensazione, il profumo di un gusto particolare o la memoria di un momento capace di riflettere l’infinito. Sussurra in una frase pregna di significati, in grado di sfiorare corde segrete presenti nei meandri della propria essenza. È come trovarsi all’improvviso in una corrente fredda, che ti risveglia da un torpore soporifero, facendo sussultare il cuore e scorrere nuova linfa nelle vene. Difficile conferirgli un nome, un volto o una qualsiasi forma, perché ognuno lo percepisce a modo proprio e per me è da sempre qualcosa di indistinto, che abbraccia tutto e al contempo lo impregna dal profondo.

Anche per la celebrazione di Harvest so che sarà così. Il canto fluido e costante del ruscello in lontananza intona la melodia perfetta per entrare nello spazio sacro, in cui il Kindred sta per celebrare questo rito di passaggio, che chiude un ciclo permettendo che se ne apra uno nuovo. Il tempo non è lineare, ma fluisce, proprio come l’acqua del torrente, in una spirale di infiniti cicli concentrici senza inizio e senza fine, ciascuno uguale al precedente eppure al contempo profondamente diverso. Differente, perché la natura muta costantemente, pur restando uguale a sé stessa; perché noi stessi cambiamo ad ogni giro di ruota, proprio come l’acqua del torrente che sta per accompagnare il rituale con il suo atavico gorgoglio. Dopo così tanti anni di pratica, riesco ancora a restare sorpresa nel rendermi conto di come la natura accompagni ogni nostro gesto, rispecchiandolo. O, forse, sarebbe meglio dire di come le nostre vite riflettano le verità intrinseche celate nel profondo dell’universo. Talvolta ho l’impressione di perdermi in queste riflessioni, come in un gioco di specchi, in cui presente, passato e futuro sfumano i loro confini, fondendosi e confondendosi l’uno nell’altro.

Ed eccomi qui, nel mio presente, a partecipare ad un rito Eteno dal sapore profondamente agreste, nelle cui movenze si nasconde il sapere degli Antenati che ci hanno preceduto e che ora rivivono in noi, nei nostri gesti e nelle nostre parole. Le stesse con cui il sacerdote a inizio rituale, impugnando il martello di Thor, benedice il cibo e le bevande, che in parte mangeremo e berremo e che in parte offriremo agli Dèi e agli Spiriti.

Il vento autunnale soffia freddo dalle montagne tutt’attorno, già ricoperte con la prima timida neve scesa in una notte dalle temperature particolarmente rigide. Il sole di mezzogiorno illumina con i suoi raggi color miele il frutteto che ci circonda, filtrando attraverso le fronde imbrunite dalle sfumature vermiglie e ocra. Le foglie appassite sono state raccolte al lato dell’altare, insieme ai rametti per attizzare il fuoco. Dall’altro lato sono stati impilati in una piccola catasta i ceppi più grossi, necessari per mantenere vive le fiamme. Viene accesa la brace e compaiono le prime scintille, da cui si sprigionano lingue infuocate, che iniziano a danzare allegramente. È suggestivo e ipnotizzante osservare le fiamme vermiglie, che s’innalzano verso l’alto, illuminando le statue degli Dèi poste sopra l’altare vicino a ciottoli colorati, su cui mani esperte hanno dipinto alcune Rune. Una in particolare richiama la mia attenzione: Hagalaz. Troneggia in posizione centrale, sei raggi di pura luce bianca che partono da un unico punto su uno sfondo blu cielo. Sento che questa runa vibra di un messaggio profondo, che impregna l’intero spazio sacro riecheggiando dentro di me.

All’improvviso il suono ctonio del tamburo mi richiama al presente, facendomi sgusciare dalla tela intricata dei miei pensieri. È un ritmo gioioso, di festa, proprio come questo rito in cui si ringraziano gli Dèi per il secondo e ultimo raccolto di quest’anno e per l’abbondanza che ci è stata concessa. Lo sguardo scivola silenzioso sul tavolo delle offerte, dove un tripudio di cibi rende onore al raccolto: pane integrale alle noci, miele, torte, focacce, pasta, birra e idromele.

Il sacerdote prende la parola, ricordandoci il senso profondo di questa festa in onore di Sif, Freyja e Freyr, divinità di fertilità e abbondanza. Questo è il rito delle seconde messi e al contempo è il momento dei bilanci. Cosa abbiamo seminato e cosa abbiamo raccolto nel ciclo che si sta per chiudere? Quanto le nostre vite sono cambiate e quanto noi ci siamo trasformati? Nel cambiamento fluisce la vita, nell’immobilità si annida la morte. Mi guardo alle spalle e sento che ho molto su cui riflettere: si raccolgono anche gli errori, oltre ai frutti buoni e maturi. I primi sono importanti tanto quanto i secondi, perché sono il materiale informe su cui prepararsi a lavorare, per crescere ed evolvere, nel nuovo ciclo che va lentamente dischiudendosi. D’altronde esiste il buio come esiste la luce e, mai come negli equinozi, il mistero del loro equilibrio vibra pregnante e intenso dentro e fuori di noi.

Tutt’a un tratto avverto un brivido scorrermi lungo la schiena, mentre percepisco un sottile cambiamento nell’energia che ci circonda: le divinità hanno risposto alla nostra chiamata. Guardo verso il frutteto e mi accorgo che attorno a noi volano delle farfalle variopinte. Si dice che gli Spiriti giungano in ascolto con il volo leggero di questi insetti dalle ampie ali di seta. Un tempo non ci credevo, pensavo fosse solo uno di quegli effetti speciali usati nei film per adolescenti, incentrati attorno a magie ed incantesimi. L’esperienza mi ha invece insegnato che non si tratta né di immaginazione, né di casualità. Sento che le dimensioni hanno realmente perso i loro confini e i portali sono stati aperti: gli Dèi e gli Spiriti sono presenti fra noi.

Il rito procede in maniera molto semplice, eppure quanto potere è racchiuso talvolta nella semplicità di un’azione. Ciascuno di noi, a turno, versa il miele su una fetta di pane integrale e lo assapora, ringraziando gli Dèi per il raccolto che gli è stato concesso. Aspettando il mio turno, volgo lo sguardo verso l’alto. I rami degli alberi, che circondano l’altare, sono colmi di mele mature, pronte per essere colte. In una di queste, ormai forse troppo matura, un’ape ha scavato una piccola galleria attraverso cui si sta cibando del succo zuccherino del pomo. Sorrido, mentre mi ritrovo nuovamente imbrigliata nel gioco di specchi, che mi è tanto caro. Come noi ci nutriamo dei frutti del raccolto, anche la natura sta facendo altrettanto. Come in alto, così è in basso: questo è il profondo mistero di Hagalaz. Mi sento parte di un tutto infinitamente più grande di me. Respiro nelle nuvole bianche e soffici che attraversano il cielo sopra il frutteto, scorro nell’acqua cristallina del ruscello poco distante da noi, danzo con le fiamme ardenti che divampano nel braciere innanzi all’altare e mi radico nelle profondità della terra, che accoglie granulosa il mio corpo, offrendomi riposo e protezione. Tutto è connesso e collegato nella rete del Wyrd. Sono io stessa l’ape che si nutre del succo zuccherino proveniente dalla mela e la comunità a cui appartengo è davvero un alveare, dove ognuno ha dei doni, che può mettere a disposizione per il bene comune.

Arriva il mio turno, il profumo del miele giunge forte e intenso, mentre affondo i denti nella fetta di pane, il cui colore mi riporta ai campi in cui ondeggiano al sole le messi mature. Masticando, percepisco la fragranza avvolgente che viene dalla farina integrale, dal sapore forte delle noci, il cui sentore deciso si sposa al gusto dolce del miele. Eppure avverto che c’è qualcosa di più, che va al di là dei semplici ingredienti. Mangiando questo cibo sto portando dentro di me la forza della terra e il calore del sole, come un tesoro prezioso che mi darà nutrimento nel freddo buio dei mesi a venire.

Giunge il momento delle bevande. Gli schizzi freddi d’idromele, gettati sul volto per benedirmi, mi riportano nuovamente al presente, risvegliandomi dalle sensazioni intense che mi stavano trascinando lontano. Porto il corno alle labbra, mentre il sapore vellutato della birra scorre nella gola, scaldandomi l’anima, tanto quanto le fiamme nel braciere offrono al mio corpo calore per ripararmi dai primi freddi autunnali.

Il rito prosegue con le offerte personali innanzi al fuoco. Ciascuno si prende il proprio tempo: c’è chi sussurra parole di ringraziamento, chi esprime la propria gratitudine versando la birra sulla terra ai piedi dell’altare, chi suona il tamburo e chi getta un dono fra le fiamme. Arriva infine il mio turno e, mentre brucio la mia offerta, mi perdo nel fuoco, fra le braci ardenti che sembrano respirare, mentre si gonfiano diventando vermiglie. Le trovo così ipnotiche, mi aiutano a smarrirmi per poi ritrovarmi con nuove intuizioni. Ad un tratto le lingue di fuoco innanzi a me sembrano incorniciare un punto centrale sull’altare, esattamente là dove si trova Hagalaz: un ciclo finisce, un nuovo ciclo ricomincia. Il messaggio mi giunge con la chiarezza tagliente della lama di una spada, come un chicco di grandine in pieno volto durante la tempesta. Si riparte, con la consapevolezza del passato e, al tempo stesso, con la portata dirompente del futuro che sta per arrivare. La cosa fondamentale è che noi abbiamo un ruolo in tutto questo, non siamo semplici spettatori passivi. Il nuovo può arrivare solo se saremo in grado di essere sufficientemente flessibili da permettere alla nostra struttura interna di trasformarsi a livello fisico, psichico, emotivo e mentale. Solo così potremo mutare gli schemi del Wyrd, realizzando il pieno potenziale che rechiamo dentro di noi. Questa è la vera e autentica magia. Cambiando noi stessi, possiamo realmente trasformare la realtà che ci circonda e al contempo realizzare il nostro destino. Le Norne ne hanno intessuto il disegno sopra la nostra culla, ma sta a noi plasmarlo in questa realtà, tessendo il più prezioso degli arazzi o il più spregevole dei cenci. Le riflessioni si susseguono incalzanti e vivaci, come le fiamme che ardono davanti all’altare. Cerco di non lasciarne sfuggire nessuna, serbandole dentro di me, per darmi luce quando scivolerò lentamente nel buio delle lunghe ombre autunnali.

Terminate le offerte personali, il Kindred si ritrova nuovamente insieme per condividere cibo, pensieri, riflessioni su quanto è stato vissuto e sui progetti per il prossimo futuro.

Giunge infine il tempo di concludere il rito: il sacerdote versa nel fuoco il cibo posto nel piatto di offerta per gli Dèi, lasciando che le fiamme lo divorino, trasformandolo in fumo che si disperde verso il cielo. Le sacerdotesse portano invece il cibo per gli Spiriti ai piedi dei meli che circondano lo spazio sacro, mentre gli ultimi ringraziamenti e le ultime benedizioni scandiscono i rintocchi di questa celebrazione, così semplice, eppure così intensamente pregna di magia.

“Gli atti semplici rendono l’uomo semplice e quanto è difficile essere semplici!” scriveva Jung nella sua biografia.  Vivere queste celebrazioni è quanto possa immaginare di più vicino alle sue parole. Sono momenti in cui riesco a tornare a quella semplicità atavica, che sgorga nel mio profondo, percependo una connessione con gli Dèi e con gli Spiriti che talvolta nella realtà ordinaria sembra vacillare, sopraffatta dagli impegni di una vita troppo caotica. Qui, invece, una semplicità potente mi porta indietro nel tempo a quelli che sento essere i miei Antenati, mentre condivido il rito con persone profondamente vicine a me per valori e sentire, percependo il profondo legame con gli Dèi e con una natura in cui so di poter ritrovare costantemente me stessa. Una delle sfide più difficili, una volta terminato il rituale, è proprio quella di saper ritrovare questa semplicità al di fuori dello spazio sacro, nella vita di tutti i giorni.

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