29 settembre, 2020

Tempo di discesa

 

 

Autunno, tempo di discesa

Osserva il cielo nel suo imbrunire,

questo non è più il tempo di agire.

Giunge la nebbia verso valle,

ad abbracciarti col suo denso scialle.

Soffia da Nord un antico canto,

ascolta la stirpe che ti sta chiamando.

Riflessi di miele e oro fra le fronde,

scivola il sole nel fiordo oltre le onde,

si riversano le ombre ad ammantare il bosco,

mentre tutto diventa sempre più fosco.

Giunge l’autunno come la sera,

a mettere in fuga ogni chimera.

Giungerà l’inverno come la notte,

a far tremare ogni effimera sorte.

Tempo di scendere nel proprio profondo,

là dove il terreno è più fecondo.

Tempo di ascoltare la saggezza degli avi,

che per portali nascosti mostran le chiavi.

Tempo di conoscer sé stessi,

per raccogliere in futuro copiose messi.

Tempo di cercare la propria via,

lasciandosi trasportare dalla magia.

Tempo di scoprire i propri talenti,

tesori nascosti, autentici e potenti.

Tempo di ritrovare il proprio branco,

per avere compagni fedeli al proprio fianco.

Giunge infine il tempo di svelare il proprio Destino,

per realizzare ciò che in noi c’è di più divino.

Il sole in lontananza spira i suoi ultimi raggi color miele, nel tepore di un’estate che va lentamente morendo. La luce trafigge le foglie sugli alberi, facendole splendere d’oro e decretandone al tempo stesso gli ultimi intensi momenti di vita. L’equinozio d’autunno è alle porte, allora la luce eguaglierà il buio per poi spegnersi lentamente fino al solstizio d’inverno, durante la cui notte il buio celebrerà il culmine del proprio trionfo.

Lo sguardo del viandante si perde nell’orizzonte cremisi. Gli occhi azzurri fissano pensieri lontani, mentre si accarezza la lunga barba ormai bianca. La palla infuocata del sole scompare lentamente oltre le montagne rocciose, mentre il giorno scivola nelle prime ombre della sera, che anticipano le tenebre della notte imminente. Allo stesso modo la natura sprofonda ogni giorno di più nel freddo dell’autunno, che condurrà inevitabilmente al gelo invernale.

Le ampie ali di una poiana solcano il cielo, che va tingendosi di tinte indaco e ametista, richiamando all’improvviso l’attenzione dell’uomo. Lo sguardo si volge verso l’alto, lassù, oltre le fronde più elevate. Là dove i rami sembrano essersi disposti a formare la runa Dagaz. Il ramingo conosce i misteri che intessono la vita degli uomini e degli Dèi e sa altrettanto bene che nulla succede per caso. Tutt’attorno a lui la natura vibra nella propria essenza il significato profondo di quel simbolo: il giorno non inizia mai all’alba, ma al tramonto, poiché non si può arrivare alla luce se non attraversando il buio celato nel proprio profondo. Allo stesso modo anche la natura si sta preparando a morire, per rinascere rigogliosa in primavera. È una spirale continua di mutamenti, da cui nessuno può esimersi.

Il sole muore all’orizzonte, l’estate esala il suo ultimo respiro avvolta dalle nebbie dense che avanzano verso valle, mentre un richiamo profondo riecheggia nell’animo dell’uomo solitario. I suoi occhi si perdono nuovamente in lontananza, inseguendo i propri pensieri. Come ogni anno, è infine giunto il tempo di scendere nel proprio profondo, facendo silenzio dentro e fuori di sé. Il vento porta il bramito acuto di un camoscio in lontananza, allo stesso modo il viandante sa che in quel silenzio giungeranno messaggi da oltre il velo del tempo per indicargli la via. Sussurri silenziosi da parte degli antenati che vegliano su di lui, per fargli dono di una sapienza antica altrimenti perduta. Ad ogni giro di ruota, quando giunge l’autunno, il pellegrino sa che nel proprio viaggio dovrà apprestarsi a scendere, a morire, per rinascere sempre più saggio e sapiente. È il sacrificio di se stesso a se stesso, in nome della ricerca del proprio destino. È il mistero di Hagalaz: tutto è connesso, i piani si rispecchiano gli uni negli altri e ciò che avviene al di fuori dell’uomo avviene anche nel suo profondo.

Si scende sempre per risalire, mai per restare, altrimenti il sacrificio sarebbe vano. Gli Dèi da sempre ce lo hanno mostrato e ci hanno indicato come fare. Odino, il Padre degli Dèi, si sacrificò a sé stesso, appeso all’albero della vita per nove lunghe notti, sferzato dal vento, trafitto dalla sua stessa lancia, affamato e assetato, finché all’estremo delle proprie forze, in un intenso stato di trance, guardò verso il basso e afferrò infine il significato occulto delle rune. Cadde urlando e discese nel profondo, per poi risalire, portando il dono della conoscenza runica agli uomini. In modo simile, anche se completamente diverso, anche Freyja andò incontro ad una discesa nel profondo, nelle grotte oscure e tenebrose dei nani. Dopo aver trascorso tre notti, affrontando una prova dal sapore iniziatico di carattere sessuale, riemerse con il tesoro più splendente: il Brísingamen, la collana in cui vibrano tutte le corrispondenze del potere dell’oro, ricordando il colore dei campi fertili in cui crescono messi di grano abbondanti e rigogliose, che emergono dalle buie e feconde profondità ctonie proprio come fece Freyja. Ogni discesa è un’iniziazione che, benché sia diversa nelle modalità in cui si esprime e viene vissuta, perché gli Dèi come gli uomini sono unici e differenti gli uni dagli altri, porta sempre a raggiungere un tesoro celato in abissi oscuri, che per essere recuperato richiede di affrontare un viaggio periglioso ed eroico alla ricerca di sé stessi. Il mito insegna che la discesa di Baldr fu una vera e propria morte fisica, che lo portò nei reami di Hel, sottraendolo in questo modo allo scontro del Ragnarök, così da permettergli di risorgere alla fine della battaglia per prendere le veci del padre. Risale da profondità buie, portando con sé un dono, offrendo la sua guida per Dèi e uomini verso un nuovo periodo di pace nel Gimlé, la sala dai tetti aurei che splendono più del sole. Richiamando così ancora il tema dell’oro: il tesoro nascosto nel buio profondo, che chiede di essere portato alla luce.

Il viandante sa che si scende per scoprire le proprie origini e i propri doni. Si intraprende la discesa per guarire sé stessi ed infine per ritornare, offrendo i propri talenti per il bene del clan di appartenenza. È un viaggio eroico per comprendere infine il proprio destino, per poi risalire e realizzarlo su questo piano. Si scende per raggiungere la sorgente del proprio potere interiore, là dove sgorga quell’afflato divino che ci appartiene dal primo vagito emesso in questo mondo. Si scende con la certezza che, qualsiasi cosa succeda, gli Dèi veglieranno sempre su di noi, perché risvegliando il divino che pulsa nel nostro profondo, risveglieremo anche loro dal torpore di secoli di silenzio, rafforzandone il potere sui diversi piani.

Il viandante si stringe nel caldo mantello nero, sedendosi fra le nodose radici di un maestoso frassino nel cuore del bosco. Il buio lo circonda ormai completamente, rendendo indistinguibili le forme degli alberi tutt’attorno a lui. È iniziato il tempo in cui gli animi impavidi affrontano con coraggio le proprie paure e le proprie ombre, consapevoli che dopo ogni notte tornerà a splendere il sole. Sicuri che dopo ogni inverno sboccerà di nuovo una rigogliosa primavera.

Buon viaggio a te, Viandante alla ricerca di te stesso e della Verità.

Logadís

 




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