29 settembre, 2020

Ásatrú e Vanatrú: le 4 improbabilità

Parlando di Etenismo spesso la confusione regna sovrana non solo tra i “non addetti ai lavori”, ma anche tra i seguaci delle fedi etene. In modo particolare tra Ásatrú e Vanatrú che tendono a volte a mischiare concetti, campi di pertinenza e simboli. Quella che segue è un’analisi che, partendo da studi accademici di accreditati esperti, permette di avanzare riflessioni e opinioni per una valutazione più ampia e forse anche più corretta, scevra da facili entusiasmi personali. Suggerisco pertanto di approcciarsi a questo scritto con il vero desiderio del ricercatore e non solo come seguace dell’una o dell’altra Fede.

Dopo qualche migliaio di anni dalla fine dell’ultima glaciazione, che risale a circa 12.000 anni fa, in Scandinavia giunsero uomini provenienti dall’attuale Germania per procacciarsi cibo attraverso la caccia e la pesca. Di costoro ci sono tracce archeologiche incerte ed «è solo nel neolitico che i reperti si fanno più numerosi e omogenei e consentono di formulare ipotesi più concrete» (Isnardi). Intorno al 3000 a.C. si radicò in Scandinavia una cultura contadina con caratteristiche apparentemente di tipo matriarcale. Analogie le possiamo riscontrare nei riti di alcune popolazioni del nord della Germania (si faccia riferimento al culto di Nerthus menzionato da Tacito in De origine et situ Germanorum). È questa una cultura che si sviluppò partendo dalla Russia (Snorri identifica il pPese dei Vanen vicino al fiume Don) in alcune zone della Scandinavia, del Baltico e in Germania.  Intorno al 2.500 a.C. però, una migrazione di un popolo indoeuropeo giunse prima nel nord della Germania e poi nella penisola scandinava attestandosi in ultimo nell’Uppland svedese. Sono gli Ásen, una popolazione aristocratica guerriera proveniente dall’Asia e guidati da un mitico capo: Odino, il quale pose infine il centro politico e religioso a Fornu Sigtunir (antica Sigtuna).

Si racconta che una donna di nome Gullveig proveniente dalla tribù dei Vanen, «si introdusse nel Paese degli Ásen per portarvi corruzione e cupidigia. Costei era una maga e praticava quell’arte detta seiðr, ritenuta assai sconveniente per gli uomini, ma molto praticata dalle femmine malvagie» (Isnardi). A causa di questa ingerenza si scatenò la guerra tra Asi e Vani (quest’ultimi non sono divinità all’origine), una “guerra di fondazione” che terminò con una pace duratura, volta ad integrare le due diverse culture. È solo a seguito di questa che nasce quella che oggi definiamo Tradizione Norrena e per estensione, Nordica. Quello che però spesso viene omesso è che, affinchè questa fusione possa realizzarsi e le tre principali figure Vanir possano «mantenere una posizione di prestigio, queste devono sottoporsi a un rito di consacrazione…Njörðr, una volta entrato a far parte degli Asi, dovette rinunciare alle nozze endogamiche con la sorella, tralasciando un costume proprio dei Vani» (Isnardi). È solo attraverso la rinuncia ad alcune delle pratiche proprie, tra cui il seiðr ritenuto sconveniente per l’etica guerriera degli Æsir, che i principali Dèi Vanir come Njörðr, Freyr e Freyja, potranno entrare nel novero del pantheon nordico e divenire loro stessi divinità.

Immagine acquisita dal web

Ciò implicò una profonda trasformazione nella cultura autoctona. I nuovi Vanen vennero integrati pienamente solo a patto di abbandonare alcuni loro usi e rinunciare agli Jötnar (Giganti). Odino venne riconosciuto come Allföðr (Padre di Tutti). Njörðr e Freyr furono acquisiti dal Grande Padre come figli e destinati a regnare dopo di lui. A comprova di quanto detto si vedano i molti i racconti che vedono Freyr e Freyja oppositori degli Jötnar.

Questo inevitabile passaggio di culture lo troviamo in tutte le migrazioni indoeuropee, comprese le popolazioni germaniche. Ne può essere un esempio la trasformazione del nome da Winnili a Longobardi, dato loro dallo stesso Odino, in un racconto citato da Paolo Diacono in Historia Langobardorum.

Parlando di Vanen sarà quindi sempre necessario individuare il “prima e il dopo”, perché la distanza che separa queste due realtà è notevole. I primi sono legati agli Jötnar con una connotazione demoniaca (i giganti sono definiti i demoni del nord), mentre i secondi sono integrati con e come divinità solari, opposti ai primi.

Esiste poi un altro elemento mai evidenziato: la lingua norrena ha matrice indoeuropea e venne introdotta dagli Æsir durante la loro colonizzazione, così come affermano gli antichi manoscritti (Uphaf allra frásagna, Saga di Bósi e Brot um fornar átrúnadh). La radice indoeuropea ANSU-NSU definisce l’area semantica indicando come la stessa parola “Ásen” abbia questa derivazione. Il termine Ásu in sanscrito significa “soffio vitale” e indica il dio come principio e verbo (Isnardi) da cui derivano parole come Æsir, Ásen, Asi, Ansuz, Áss (antico islandese). Ne consegue che i Vanen non parlavano norreno e non si è a conoscenza di quale idioma usassero prima dell’integrazione benchè la logica ci suggerisca l’uso di una lingua di ceppo ugrofinnico. Lo stesso vocabolo  “Vanir-Vanen-Vani” deriva dal sanscrito “vanas” (piacere). Semmai fosse necessario sottolineare l’incongruenza di usare termini non pertinenti a ciò che si promulga.

Allo stesso modo possiamo dire con certezza che gli stessi autoctoni non conoscevano le Rune in quanto anch’esse sono di derivazione indoeuropea. Elementi runici li troviamo nell’alfabeto etrusco e in diversi reperti archeologici dell’Italia dove i Vanen non sono mai arrivati, al contrario delle migrazioni indoeuropee. Mario Polia ci segnala che esistono due principali etimologie per “runa”. La prima attinge al Pokorny (dizionario di etimologia indoeuropea di J. Pokorny) che riporta alla radice i.e. REU- il cui significato sta per “muggire, borbottare tra i denti”. Da questa discende il latino rūmor (rumore), l’antico islandese ryna (sussurrare), l’antico irlandese rūn (mistero), il gotico rūna (mistero) e così via; tutte lingue che hanno un’etimologia comune. G.Dumézil (secondo etimo): «tramite una forma ricostruita in*wrunā, rimanda all’i.e. UERU e alle figure divine dei maghi-sovrani» che ricordano molto quella di Odino (!). Ulteriori elementi questi che ci confermano come le Rune non fossero in alcun modo di pertinenza dei Vanen autoctoni, bensì introdotte dagli Ásen. Le iscrizioni runiche in Scandinavia sono tutte posteriori all’anno zero, cioè quando la fusione tra le due popolazioni si era già compiuta da circa 2000 anni. Tutto quanto sopra mi porta a definire i seguenti punti:

  1. Nel Vanatrú si individua il culto dei demoni del nord (Jötnar-Giganti). Nella letteratura nordica li troviamo spesso come nemici degli Dèi e contro di essi si combatterà sulla Terra per istituire un nuovo ordine
  2. Non ci sono elementi di alcun tipo che inducano a credere che le popolazioni autoctone conoscessero la lingua norrena (1°improbabilità), che hanno invece acquisito dai colonizzatori indoeuropei
  3. Il culto Vanatrú è di tipo stregonico e necromantico connesso ai soli demoni del nord. Ma la stregoneria runica prima della fusione con gli Ásen non risulta essere mai esistita (2°improbabilità). Non ci sono dati di alcun tipo mediante i quali si possa affermare che gli autoctoni conoscessero e usassero le Rune. Mancando elementi concreti, una contraria affermazione e divulgazione è solo il frutto di opinabili formulazioni personali
  4. I “Vanen” autoctoni avevano contatti con le popolazioni finniche e lapponi dalle quali hanno appreso in toto o in parte l’arte della magia. L’etimo della parola seiðr deriva all’i.e seitu il cui significato è legare. Indica quindi una pratica con caratteristiche stregoniche (non sciamaniche) volta principalmente ai Legamenti e alla Divinazione. Tale pratica sosteneva l’Ergi (omosessualità usata a scopi magici) che non era ben accolta dai guerrieri nordici in quanto ritenuta vergognosa per un uomo
  5. Lo Sciamanesimo, nelle sue molteplici sfaccettature, ha indubbiamente delle connotazioni stregoniche, ma per chiarezza è necessario dire che la Stregoneria non è Sciamanesimo. Al di là della disquisizione che si può fare sulle funzioni dello Sciamano, basterebbe ricordarsi che il compito del necromante è quello di Viaggiare agli Inferi, mentre per lo sciamano, uomo o donna che sia, è indispensabile compiere il Viaggio agli Inferi solo in funzione di poter salire poi verso l’Alto. Su questo punto gli studi e le comparazioni con i vari tipi di Sciamanesimo non lasciano dubbi (M.Eliade). La stregoneria Vanatrú pertanto non può essere definita Sciamanesimo (3° improbabilità)
  6. La stregoneria delle trivù autoctone è stata certamente influenzata dai lapponi che, di fatto, praticavano Sciamanesimo. Ma il Noai’de (sciamano Saami) aveva compiti che non si limitavano al solo legamento o viaggio estatico, compiti che del resto appaiono in qualunque altro tipo di Sciamanesimo (M.Eliade). Oggettivamente le sue molteplici funzioni non riescono ad essere assimilate dal seiðr
  7. Non esistono dati di alcun tipo mediante i quali si possa sostenere che le popolazioni autoctone si siano espanse in tutta Europa e non risulta siano mai giunte in Italia (4°improbabilità), nazione questa che ha già un suo retaggio stregonico indipendente. Pertanto, mancando queste radici, non esistono in Italia Antenati dei Vanen autoctoni. Il concetto degli Antenati è particolarmente importante per una fede religiosa. Si onorano gli Avi e da essi si trae nutrimento. Questo elemento atavico, per esempio, appare fondamentale per la fede Ásatrú. Senza di esso verrebbe a mancare il contatto con la basilare “Radice del Sangue” diventando così una fede universalistica alla quale tutti quanti potrebbero approcciarsi e che potrebbe essere sviluppata in qualunque parte del mondo anche senza Antenati (mentalità new age). Per i Vanatrú quindi la “Radice del Sangue” si sviluppa credibilmente nelle zone dove anticamente i Vanen autoctoni risiedevano
  8. Nella fede Ásatrú sono ampiamente attestate la devozione e la ritualistica verso le divinità dei Vanen del dopo fusione. Al contrario nel Vanatrú ci si concentra sui demoni del nord. Verso le divinità Ásen non sembra esserci mai realmente la stessa devozione che si usa verso i Giganti
  9. La fede Ásatrú dà grande importanza agli Antenati, a tutti gli Dèi e agli Spiriti. Tende a sviluppare e far rivivere antichi valori e princìpi, sia individuali che collettivi. L’acquisizione del potere fine a se stesso è un concetto che non ci appartiene in quanto fallace e pertanto facilmente perdibile.
Sciamano Noaide. Immagine acquisita dal web

Testi di riferimento in ordine alfabetico sul quale è stato creato questo articolo:

  • Edda di Snorri, di G.C.Isnardi, edizioni Rusconi
  • Gli Indoeuropei, di J. Haudry, edizioni Ar
  • I Miti Nordici, di G.C.Isnardi, edizioni Longanesi
  • I Vichinghi, di G.Jones, edizioni Newton Compton
  • Leggende e Miti Vichinghi, di G.C.Isnardi, edizioni Ruscono
  • Le Rune e gli Dèi del Nord, di M.Polia, edizioni Il Cerchio
  • Lo Sciamanismo, di M.Eliade, edizioni Mediterranee
  • Seiðr e seiðrkonur nelle saghe islandesi, di C. Del Zotto, edizioni De Luca Editori d’arte
  • Storia delle religioni, di F.Vyncke, J.De Vries, F.Le Roux, edizioni Laterza
  • Vichinghi, di D.Logan, edizioni Piemme

 




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