15 dicembre, 2018

L’importanza del Mito

Il mito cosmogonico è una racconto investito di sacralità che narra delle origini del mondo, della sua evoluzione e delle creature viventi che in esso si esprimono. Come narrazione sacrale gli viene pertanto attribuito un significato magico-religioso e spirituale. Il Mito è una parte fondamentale e indispensabile per comprendere la natura stessa delle cose e degli esseri. L’antropologo polacco Bronislaw Malinowski dà al Mito questa interpretazione:

“Studiato dal vivo, il mito non è una spiegazione che soddisfi un interesse scientifico, ma la resurrezione in forma di narrazione di una realtà primigenia, che viene raccontata per soddisfare profondi bisogni religiosi, esigenze morali, esso esprime, stimola e codifica la credenza; salvaguarda e rafforza la moralità; garantisce l’efficienza del rito e contiene regole pratiche per la condotta dell’uomo. Il mito è dunque un ingrediente vitale della civiltà umana; non favola inutile, ma forza attiva costruita nel tempo. “

Immagine acquisita dal web

Il mito nordico all’origine appartiene alla sola tradizione orale e pertanto viene tramandato “da bocca a orecchio” ed è solo in epoche più recenti grazie agli Scaldi (Snorri Sturluson su tutti), che viene messo per iscritto. Ciò, pur limitandone alcuni contenuti magico-religiosi, ha permesso di non perdere completamente la tradizione nordico-scandinava, che altro non è che la più ricca fonte di informazioni della nostra storia umana. Un racconto sacro in chiave allegorica che svela misteri dando risposta a molti interrogativi degli uomini e che suggerisce, attraverso i vari racconti, come gli stessi possono innalzarsi verso gli Dèi, dai quali discendono.

Il tempo del mito è vicino a quello della fiaba e come tutte le fiabe che si rispettino si inizia sempre con il “c’era una volta”. Parallelamente i miti annoverano espressioni simili del tutto o in parte come: “in illo tempore”, “in origine”, “quando ancora non c’era tempo”.

“Ár var alda það er ekki var, vara sandur né sær né svalar unnir; jörð fannst æva né upphiminn, gap var ginnunga en gras hvergi.” (Völuspá stanza 3).

“Era l’inizio dei tempi, quando nulla esisteva, non c’era nè sabbia né mare, nè fresche onde. Non c’era la terra, nè il cielo lassù. c’era il baratro degli abissi, ma non c’era l’erba.”

Espressioni di questo tipo nel mito non sono da collocarsi in un tempo qualsiasi seppur lontano, ma da intendere come un attimo sacro che abbraccia le età più lontane e insieme, il presente e il futuro. Esso è eternamente presente.

E ancora con più forza dunque emerge la necessità di conoscere il Mito che per quanto sia antico,  diventa il modello da seguire, da imitare perchè il tempo mitico per sua natura è reversibile: può tornare ogni volta che l’uomo applica coscientemente quel modello.

Una doverosa riflessione: le Rune sono parte essenziale del mito nordico. Come è possibile usarle e insegnarle senza conoscere il mito stesso? Senza avere le chiavi di lettura più recondite di esso? E’ possibile suonare un violino senza il suo archetto?




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