22 settembre, 2018

I Vichinghi: barbari, guerrieri, eroi

Un nuovo articolo dell’amico Davide Mutini.

I vichinghi furono grandi conquistatori. Viaggiarono in lungo e in largo per gran parte dei mari, sia come commercianti ma soprattutto come guerrieri. Conosciuti da tutti per il loro furore in battaglia, venivano definiti barbari o demoni, privi di ogni sorta di rispetto. Per citare un evento che caratterizzò la fama negativa dei vichinghi, nelle cronache anglosassoni, l’8 giugno 794, i monaci dell’isola di Lindisfarne, presso la costa della Northumberland, subirono un violento attacco. Molti frati furono uccisi, altri vennero resi schiavi. I predoni si impossessarono dei loro tesori e diedero alle fiamme la biblioteca e gli edifici: Iniziò così l’era dei “terrori dei mari” ossia i vichinghi.

Ma davvero la filosofia del guerriero vichingo rispecchiava queste visioni, in gran parte data dalla nuova cultura che si stava espandendo nell’Europa del tempo? Senza giustificare azioni brutali che la storia ci descrive, i vichinghi, come noi oggi, erano esseri umani nei quali si celavano pregi, difetti, emozioni, desideri ed ambizioni.

Come in ogni società il potere incrementò in molti di loro un forte ego, cosicché l’orgoglio prese il posto del valore. Per i guerrieri vichinghi la fama e la gloria erano il traguardo; il più grande onore era morire in battaglia, così da meritare il Valhöll, raggiungendo gli “Einherjar” (eroi che combatteranno al fianco degli Dei luminosi durante il “Ragnarok” il crepuscolo degli Dei).

Nelle cronache anglosassoni si racconta della battaglia di Stamford Bridge. Il Re anglosassone  Aroldo II colse di sorpresa il Re vichingo Harald. Un impavido tra i suoi guerrieri occupò il ponte sul fiume Stamford, brandendo un ascia a due mani e senza armatura. Combatteva in modo furioso e l’esercito inglese ne restò letteralmente terrorizzato. Egli buttava giù dal ponte e uccideva tutti coloro che cercavano di passare. Per più di un’ora il vichingo riuscì a tenere la posizione. Solo portando una barca sotto il ponte e trafiggendolo con una lancia, gli inglesi, poterono sconfiggere il guerriero.

Grazie al “Hávamál” (canzone dell’ecelso) abbiamo tutta una serie di strofe poetiche che trattano argomenti di etica e morale, oltre che proverbi che sottolineano la “filosofia” del vichingo. Attraverso questi detti, vediamo che la vita aveva un valore importante: non vi era il desiderio di sprecare la vita, ma tuttavia, i vichinghi erano disposti a sacrificarsi se necessario. Non temevano il fato in quanto lo accettavano e per loro morire in battaglia era un atto di grande onore.

           Hávamál. LXXVI

Muore il bestiame, muoiono i congiunti

     Anche tu stesso morrai

     Ma la fama mai muore

 A chi buona se la conquista

Nelle saghe gli eroi non affrontano mai la battaglia in modo avventato. Se le probabilità di vittoria non fossero a favore dell’eroe, egli avrebbe, nel possibile, evitato lo scontro. Tale scelta non avviene come fuga, ma bensì per osservare, meditare, creare una strategia, al fine di comprendere dove e quando colpire; consapevole che c’è un tempo per tutto.

         Hávamál LXXXII

Con il vento si deve abbattere l’albero, col buon tempo in mare remare.

Con l’oscurità con fanciulla favellare – molti sono gli occhi del dì.

La barca dev’essere atta a fluire e lo scudo a difendere, la spada a colpire e la fanciulla a baciare.

Gli eroi delle saghe dimostrano anche cultura ed eleganza, oltre che una notevole abilità nell’arte poetica. Vediamo spesso uomini che cantano, creano strofe poetiche in prossimità di un pericolo o davanti eventi importanti della vita. Nella saga di “Ragnarr” vediamo che lo stesso Ragnarr, gettato in una fossa colma di serpenti, di fronte agli occhi di re Ella ed i suoi uomini, iniziò il suo canto: «Strepiterebbero i porcellini, celando nella terra il grugno, se conoscessero la sorte del verro; s’avvia a straziarmi la serpe, strisciando repentini. Mi hanno morso i serpenti; sarò all’istante cadavere, fra i rettili morirò».

Nei racconti e nelle saghe vengono narrati valori e attitudini che, secondo gli “Skáld” (i poeti), rispecchiavano le virtù del guerriero. Uomini intrepidi e coraggiosi sfidano se stessi, affrontando battaglie dove la spada non sempre è l’unica via di vittoria. Nella saga di “Friðþjofr” sono elogiate le sue gesta gentili e altruiste. Uomo coraggioso, atletico e forte, saggio e amante della poesia, Friðþjofr grazie alle sue caratteristiche sarà ricordato nella saga come “Friðþjofr l’audace”: «Allora Friðþjofr afferrò la prima coppia di remi a prua e remò  energicamente… L’equipaggio era esausto, ma Friðþjofr era così gagliardo che portò otto uomini a riva.» Un vero leader  che rischia la vita per i suoi uomini. Friðþjofr dopo alcune avventurose vicende, per tre anni intraprese spedizioni vichinghe: «Uccise molti uomini malvagi e vichinghi crudeli e i mercanti li lasciò in pace». Questo gli portò la fama di bontà e giustizia.

Il fato portò Friðþjofr l’audace ad essere re e venne ricordato nel tempo come un uomo che rispecchiava tutte le virtù e i valori dell’eroe quali sincerità e coraggio, fedeltà e lealtà, giustizia e gentilezza, disciplina e forma fisica, accettazione del  proprio destino, sacralità e spirito di sacrificio, fiducia in se e nei compagni, ospitalità, operosità e buon senso.

                  Hávamál CXXVIII

Ti suggerisco, Loddfáfnir, accetta il suggerimento,

           utile ne trarrai se tu l’accetti

          bene ti porterà se tu l’accogli:

        Piacere dal male non trarre mai;

            E preferisci sempre il bene.

                                                                                                                                Articolo e immagine di Davide Mutini




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