22 settembre, 2018

Le navi vichinghe

La parola “vikingar” deriva con molta probabilità da “vik”, il cui significato è “baia, insenatura, fiordo”. Vichingo dunque, secondo questa interpretazione, è colui che “esce dalla baia o dal fiordo”, azione che ha delle evidenti connessioni con la pratica marina. Con il termine “vichinghi” si evidenzia in genere un intero popolo, che, pur essendo stato grande navigatore le cui gesta, esplorazioni e rotte tracciate sono ancora oggi simbolo di avventura, coraggio e superba maestria, non era solo dedito alla navigazione, alla guerra e alla pirateria. Le popolazioni vichinghe suddivise tra Danesi, Svedesi e Norvegesi, raggiunsero sia per motivi commerciali che di conquista una notevole quantità di luoghi in varie parti del mondo: Irlanda, Inghilterra, Francia, Spagna, nord Africa, nord e centro Italia; attraverso la Russia giunsero sino a Bagdad e  Costantinopoli. Raggiunsero e colonizzarono l’Islanda, navigarono in Groenlandia e nord America. Le maggiori incursioni nell’entroterra, dopo aver risalito i fiumi, vennero effettuate dai vichinghi che abitavano le coste baltiche delle terre russe. Le loro incursioni li portarono risalendo il fiume Lovat, all’importante centro commerciale di Novgorod e, dopo avventurosi trasferimenti via terra, presso le sponde del fiume Dnepr. Da qui dopo averlo ridisceso giunsero a Kiev ed infine sul Mar Nero dove vennero a contatto con la ricca civiltà di Costantinopoli che attaccarono diversi anni dopo. Per raggiungere tutti questi luoghi, i vichinghi si avvalsero di imbarcazioni di grande versatilità e maneggevolezza, che all’inizio dei loro spostamenti erano mosse unicamente dall’azione delle robuste braccia dei guerrieri del nord. Intorno al VII od VIII secolo circa si presume ci sia l’adozione della vela, che permette ai vichinghi la nascita della nave mercantile vera e propria. In tale modo, pochi uomini potevano manovrare l’imbarcazione portando una notevole quantità di merci, mentre sul lato delle incursioni, l’avvento della stessa permise di avere un ritorno ancora più proficuo. Particolarmente interessante è notare come le vele fossero confezionate quadrate a scacchi, in genere in modo diagonale.

Caratteristiche delle navi:

Immagine acquisita dal web

dal VI secolo in poi la maggioranza delle navi vichinghe misurava dai 16 ai 25 metri di lunghezza.

Gli scafi erano costruiti con assi legate tra di loro con fibre naturali e possedevano stupefacenti doti di manovrabilità e di elasticità durante le tempeste, grazie al fatto che esse si potevano muovere le une sulle altre assorbendo tutti gli sforzi sostenuti e ripartendoli sull’intera struttura dello scafo.

Importante e curioso è sapere che i vichinghi non conoscevano la sega, per cui scolpivano il fasciame solamente con ascia e accetta.

Le navi da incursione erano chiamate Drakkar (Draghi), riconoscibili dalle polene a forma di muso di drago probabilmente per incutere ancora più timore agli equipaggi delle navi nemiche. Questo termine, benché rispecchi una forma plurale in lingua norrena riconoscibile dalle ultime 2 lettere ar, secondo alcuni studiosi parrebbe essere una parola “francesizzata” derivante dal proto-germanico drakô e dal norreno dreki (entrambi valgono per drago), il cui genitivo singolare è dreka, da cui il plurale drekar.

I drakkar, termine che ha subito appunto modifiche linguistiche, pur essendo di tipo e dimensioni differenti tra loro, avevano in comune uno scafo allungato e filante ed erano capaci di ospitare dalle 6 alle 32 paia di remi, mentre lo scafo mercantile risultava meno lungo ma più ampio, permettendo così una maggiore quantità di carico.

Nave funeraria della regina Άsa di Norvegia. Immagine acquisita dal web

Navi da guerra e da commercio dunque, ma anche usate come monumento funerario e veicolo per il post-mortem. Nel 1904 viene rinvenuto in una fattoria di Oseberg in Norvegia un’importante monumento navale funerario, non approntato per guerrieri, ma per la regina Άsa di Norvegia e per una sua dama di compagnia. Costruita interamente in legno di quercia, essa presenta uno scafo filante non pontato di ben 22 metri di lunghezza e largo quasi 5,20.

Un altro splendido esempio di costruzione navale è rappresentato dalla nave di Gokstad, tumulata con il corpo di un guerriero e perfettamente conservata grazie ad imponenti masse di argilla sotto cui venne sepolta. Anch’essa costruita in legno di quercia, era adatta sia alla navigazione costiera che in mare aperto. Lunga circa 26 metri e larga 6, si è stimato che l’albero in origine dovesse misurare dai 12 ai 14 metri. Sui fianchi della nave c’erano fori per 16 paia di remi. Lungo le murate una rastrelliera conteneva 64 scudi appesi, 32 per bordo, che da poppa a prua si alternavano cromaticamente in giallo e nero. E’ probabile che tali scudi non facessero parte dell’equipaggiamento personale dei guerrieri, ma fossero usati a scopo decorativo o per identificare il proprietario della nave o la provenienza della nave stessa.

La chiglia della nave di Gokstad era ricavata da un solo tronco. Le assi dello scafo si sovrapponevano una all’altra con connessioni calafatate con pelo di animale intriso di pece. Una caratteristica non comune di costruzione è costituita dal fatto che solo il fasciame al di sotto della linea di galleggiamento era legato alle nervature con radici di abete rosso, mentre il resto della nave era tenuto insieme con chiodi di legno. Anche in questo caso il timone era costituito da un unico tronco di quercia assicurato al fianco destro della nave in prossimità della poppa.

Nel 1893 una copia esatta di tale nave fu fatta navigare riuscendo ad attraversare l’Oceano Atlantico in soli 28 giorni!

Una delle più celebri navi vichinghe rimane comunque quella del re norvegese Olaf Tryggevensson, dotata di ben 68 remi e chiamata, in funzione della sua dimensione, “lungo serpente”. Da notare come in genere le navi erano di dimensioni tali da non avere più di 32 remi e, in ogni caso, erano le imbarcazioni più veloci e robuste, capaci di affrontare in tutta sicurezza il mare aperto. Oltre a ciò esse erano anche piatte e leggere e questo permetteva loro (in funzione della stazza), di navigare i fiumi ed essere facilmente alate e quindi trasportate via terra. Alla fine dell’era vichinga vennero rinvenute in Danimarca, a Skuldelev, alcuni scafi. Due di questi furono battezzati con il nome di Skuldelev 1 e Skuldelev 3. Negli ultimi anni furono ricostruite in scala reale copie dei suddetti scafi e le prove effettuate nell’Oceano Atlantico dimostrarono una notevole manovrabilità di queste imbarcazioni, lunghe in media 15 metri. Esse venivano condotte da soli 5 o 6 membri di equipaggio e potevano viaggiare addirittura controvento.

Spato d’Islanda. Immagine acquisita dal web

Non si conosce con esattezza il modo in cui i vichinghi riuscissero a navigare in mare aperto per moltissime miglia senza peraltro sbagliare la rotta di molto. Tra le testimonianze attendibili spicca quella del mercante Ottar, commerciante vichingo di pelli di animale e ossa, presso il re inglese Alfredo il Grande. Nel 890 narrò il suo peregrinare sostenendo che la navigazione lungo le rotte conosciute era prevalentemente di cabotaggio e si basava su riferimenti costieri. In genere si attendeva il sopraggiungere di un favorevole vento in poppa per intraprendere ogni viaggio e, per le lunghe traversate che includevano anche navigazioni notturne, ci si serviva di nozioni di meteorologia, come ad esempio la formazione di nubi, di idrodinamica e propagazione delle onde che sapessero calcolare l’altezza all’orizzonte del sole e di alcune stelle grazie ad un precursore del nostro sestante. In ultimo è risaputo che facevano uso dello “spato d’Islanda”, un particolare cristallo capace di segnalare l’esatta posizione del sole anche quando questi non era presente a causa delle nuvole.

Le foci dei fiumi erano poi considerate i punti più favorevoli per qualsiasi operazione di commercio con i locali e di sbarco.

Articolo postato da Úlfgaldr il 10 aprile 2003 sul vecchio sito www.laviadelnord.net , appartenente all’allora Associazione Vento del Nord con sede in Valle d’Aosta, il cui presidente e responsabile era lo stesso Úlfgaldr (Massimo A. Nobili)

 

 




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