16 dicembre, 2017

Filosofia guerriera

In tutte le popolazioni antiche i guerrieri hanno sempre rivestito un importante ruolo sia nella difesa del proprio territorio e della tribù, che nella conquista di nuove terre. I popoli del Nord Europa non erano da meno e anzi, proprio i Vichinghi erano conosciuti e temuti soprattutto per le loro capacità belliche: ferocia, grande ambizione di conquista, inesistente paura della morte, fortissima determinazione nel combattimento. La filosofia del guerriero nordico è particolare: incurante del risultato finale, la morte sul campo di battaglia in contrapposizione alla vittoria era condizione ben accetta e addirittura auspicabile. Odino, Padre di Tutti, è chiamato Valföðr (Padre dei Caduti o dei Prescelti), e Valgautr (Gautr dei Prescelti), Valtýr (Dio dei Caduti), ma anche Valkjósandi (che sceglie i Caduti). In tali nomi si può riscontrare come alla stessa divinità sia cara la Battaglia, e non potrebbe essere altrimenti se si considera che gli Æsir, di cui Odino era il capo, erano di ceppo aristocratico-guerriero e che Odino stesso è Dio della Guerra. Per il guerriero vichingo quindi, la morte in battaglia era un grande onore che gli avrebbe permesso di entrare a buon diritto nella Valhalla, tra le schiere degli Einherjar e godere del privilegio di combattere al fianco degli Déi durante il Ragnarök. Così come accadde per i guerrieri nipponici dopo la pace Tokugawa nel medioevo, venendo a mancare il gravoso onere della guerra, anche i combattenti legati alla Tradizione e alla Spiritualità del Nord Europa, a seguito della forzata cristianizzazione, si ritirarono poco a poco dai teatri di scontro. A differenza però dei Ryū giapponesi non trasformarono subito la loro arte di combattimento in una Via dalle caratteristiche spirituali. Ci vollero parecchi secoli prima che questa integrazione potesse avvenire, ed è solo in epoche relativamente recenti che si riscopre la necessità e il desiderio di avvicinarsi concretamente all’aspetto più marziale. Oggi, grazie ad uno studio tecnico sull’uso delle armi tradizionali come l’arco, la lancia, l’ascia, spada e scudo, si uniscono tecniche di combattimento a pratiche spirituali ed esoteriche, facendo rivivere, per quanto possibile, il guerriero che è dentro l’individuo se tale è la sua inclinazione e se Sente il richiamo degli Dèi. L’addestramento fisico e tecnico con le armi tradizionali, viene alternato ad una preparazione più specifica che permette al Praticante di rievocare dentro di sé il culto degli Einherjar e dei Guerrieri Sacri, avvicinandolo maggiormente agli Déi di Battaglia. Benché oggi non si è più chiamati a morire per spada sul campo di battaglia, nondimeno la filosofia del guerriero vichingo fa ancora parte delle Radici del Sangue di molti. La spiritualità di questa filosofia è ciò che maggiormente emerge dalla Via del Guerriero Nordico, che non può comunque prescindere da un addestramento fisico e tecnico. Tale Via rivela una spiritualità oggi più che mai necessaria, in una società sempre più priva di Valori antichi o manipolata al fine di gestire singoli individui e masse.

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